Lavoratori dello spettacolo: la testimonianza di Elena Bucci


Per i lavoratori dello spettacolo si è aperta una stagione di fortissime incertezze e gravosi problemi economici, essendo tra le categorie più colpite dal recente dpcm emanato dal Governo per contenere i contagi della pandemia Covid-19. Da nord a sud Italia si sono tenute proteste pacifiche (anche attraverso esibizioni artistiche mute) per testimoniare la profonda crisi che il settore sta vivendo e che dovrà vivere sicuramente sino a fine novembre a causa della chiusura dei luoghi adibiti allo spettacolo.
L’attrice, drammaturga e regista teatrale Elena Bucci (Premio Ubu 2016, Premio Eleonora Duse 2016, Premio Hystrio – Anct 2017 tra i riconoscimenti più recenti) ci offre la sua testimonianza personale avanzando anche suggerimenti e condividendo pensieri costruttivi in un momento di forte disgregazione.

L’INTERVISTA

Il dpcm in vigore prevede che gli spettacoli aperti al pubblico (in sale teatrali, da concerto, cinematografiche e in altri spazi anche all’aperto) siano sospesi sino al 24 novembre. Un brusco stop per il mondo dello spettacolo. Nel vostro caso, come s’è tradotto concretamente questo provvedimento?

“Chiedo scusa se parto da lontano: Il 25 ottobre ero in scena a Firenze, in una piccola, prestigiosa e antica sala in Piazza Santo Spirito, dove sono passati grandi artisti. Musicisti, attori, pubblico, organizzatori, compositori, erano uniti da un’unica sensazione: sembrava che il rito del teatro e della musica fosse diventato una preghiera, laica e religiosa al tempo stesso. Non c’erano soltanto preoccupazione e sconcerto per la pandemia, ma anche un’energica consapevolezza di quanto ci sarebbero mancate le nostre arti, di quanto aiutano a vivere, da soli e insieme, a conoscere, a rasserenare il pensiero, a liberare dalle paure, dalle chiusure, dalla diffidenza. C’era il senso della condivisione del sacrificio di un bene fondamentale per tutelare la salute di tutti. La preghiera è rivolta a tutti noi: siamo chiamati ad un grande esercizio di pazienza, rispetto, ascolto, educazione civica, responsabilità politica. A volte invece, sembra che, pur in nome di giusti diritti e preoccupazioni, ognuno perda di vista l’insieme, aumentando il sentimento di confusione, smarrimento e divisione. Durante le prove invece, ascoltando per ore i musicisti studiare, accordando il mio lavoro con il loro, la nebbia dell’ansia si diradava come se avessi preso un ricostituente per l’anima e il pensiero: se la disciplina artistica dal vivo fosse riportata nel cuore della vita quotidiana, sarebbe certo più facile cercare l’armonia, accettando anche contrasti e differenze, sacrificando il proprio interesse per il bene di tutti”.

Quale la lezione più importante di questa pandemia?

“Sentire quanto il destino di ognuno sia legato a quello degli altri è la lezione più dura e più preziosa di questa pandemia. Non è facile accettare di perdere il lavoro da un giorno all’altro passando da una stagione serena e affollata di impegni al vuoto totale e rendendo vano un lungo lavoro di preparazione e pensiero. Ma se serve, si fa. Purchè significhi contribuire alla salute di tutti e non sacrificare il nutrimento spirituale e culturale al profitto e al mercato”.

Siete stati costretti a cancellare le date. Sapete già se saranno riprese in futuro?

“Come tutti ho dovuto cancellare le date: una settimana di repliche al Teatro Astra di Torino della Fondazione Teatro Piemonte Europa di un lavoro che amo tanto: ‘ Nella lingua e nella spada’, dedicato alla vita e alle opere di Oriana Fallaci e Alekos Panagulis, che ha debuttato due anni fa al Teatro Alighieri di Ravenna prodotto da Ravenna Festival e Napoli Teatro Festival, e il suo tour. Forse dovrò rinunciare ad una regia all’interno di un progetto europeo che mi portava per dieci giorni a Cantieri Koreja di Lecce dove avrei poi allestito ‘Bimba – inseguendo Laura Betti’ subito dopo aver ripreso a Bari ‘In canto e in veglia’. Si spera che tutti questi lavori verranno ripresi in futuro, mentre la conferenza spettacolo ‘Natura e artificio – da Leopardi a Vico’ programmata il 25 novembre all’interno del convegno Futuro remoto organizzato da La città della scienza di Napoli è definitivamente cancellata. Stiamo lavorando per definire le date e gli impegni dal 26 novembre in poi, ma con una grande sensazione di incertezza. Siamo senza lavoro e quindi senza guadagno, io, coloro che lavorano con me e molti amici e colleghi. Ci sono state proteste civili ed accorate, eppure mai violente, legate soprattutto al desiderio di individuare insieme a chi governa una progettualità nuova, elastica e rispettosa delle caratteristiche del nostro lavoro, pur comprendendo la difficoltà estrema del momento e l’imprevedibilità dell’effetto del virus sulla vita di tutti”.

Il ministro dei Beni Culturali e del Turismo Franceschini parla di uno stop doloroso ma necessario per garantire la salute dei cittadini. Quanto c’è di condivisibile in questa presa di posizione?

“Non metto in discussione il dolore e nemmeno la necessità. Lo sconcerto deriva, come ho già detto, dalla ripetizione di schemi già visti a fronte di un enorme sforzo di adeguamento ai protocolli fatto dai teatri, grandi e piccoli, dalle compagnie, dagli artisti e dal pubblico stesso. Se questo era comprensibile di fronte alla prima emergenza, risulta meno accettabile in una seconda. Credo che sia molto difficile governare in questo tempo, proprio come lo è vivere e lavorare. Siamo costretti ad un grande esercizio di umiltà, studio, revisione dei pregiudizi e delle certezze che si credeva di avere. Questo enorme processo di rinnovamento riguarda anche la politica, che temo fatichi ad abbandonare le vecchie strategie. Chiedo a loro quello che chiedo a me stessa e ai miei compagni di lavoro: non dare nulla per scontato, andare a vedere, a conoscere, a capire. Questa emergenza mette in luce danni antichi che chiedono di essere riparati, ingiustizie, discrepanze, omissioni, disattenzioni che chiedono di essere guardate”.

Una situazione così difficile cosa può permetterci di ritrovare a livello di comunità?

“Spero che questa situazione ci costringa a ritrovare il senso dei diritti e dei doveri di questa Europa dalla lunga storia e dalla lunga pace e che si è miracolosamente unita non solo per facilitare benefici economici, ma anche in nome di un progresso fondato sui diritti fondamentali degli esseri umani”.

La drastica misura di chiudere i teatri in Italia deriva anche da problemi di adeguamento della sanità pubblica?

“Le cose cambiano di giorno in giorno e, come saprete, i teatri stanno chiudendo o sono chiusi anche in altri paesi, con diverse modalità e insieme a quasi tutti gli altri esercizi a rischio di assembramento – tranne scuole e luoghi di lavoro come le fabbriche – cosa che comunica un senso di condivisione delle difficoltà.
Le politiche di sostegno alle arti e alla cultura sono molto diverse da paese a paese e forse un confronto sarebbe utile, come lo sarebbe una revisione dei meccanismi di gestione e distribuzione del denaro pubblico. Tornando alla questione della chiusura: forse in Italia continuiamo ad avere problemi di adeguamento della sanità pubblica alla pandemia e per questo sono scattate subito misure preventive per evitare tragici epiloghi già vissuti”.

Potresti offrirci uno spaccato quanto più realistico possibile sulle condizioni del mondo dello spettacolo nella Regione dell’Emilia Romagna e della provincia di Ravenna?

“Non sono in grado di farlo: proprio per quanto ho detto prima, ora più che mai non si può dare nulla per scontato. Certamente posso dire che viviamo in una Regione che ha sempre tutelato le arti, compresa quella dal vivo, cercando di conoscere, promuovere, incoraggiare, aprire, anche in tempo di pandemia. Posso dire soltanto una cosa, ma che vale per tutto il nostro paese: ci sono teatri e compagnie sostenuti dal ministero dello spettacolo che hanno ricevuto sostegni adeguati e ci sono compagnie e artisti che hanno avuto solo qualche risarcimento personale in primavera e un fondo una tantum destinato alle compagnie senza finanziamento ministeriale. Tutto questo avviene indipendentemente dal merito, dalla qualità artistica, dalla sanità del bilancio.
Ci sono compagnie e artisti di grande valore che hanno scelto di non fare richiesta di finanziamento al FUS (Fondo Unico per lo Spettacolo gestito dal Ministero) per non inseguire criteri numerici e quantitativi che mettevano in crisi la loro natura e la loro qualità, ma che garantiscono una programmazione di alto livello a molti teatri finanziati che sostengono la loro poetica. Queste realtà, pur sostenute da Regioni, Provincie e Comuni, basano la loro economia sulla vendita di spettacoli e progetti e sono ora in balia del buon cuore di chi le stima e le appoggia. Non credo che le arti dal vivo possano perdere la loro natura mutevole e precaria, ma forse in questo momento estremo vengono in luce disequilibri che dovranno essere risolti, per il bene della cultura del nostro paese e per la sua libertà”.

I futuri stanziamenti economici che prevede il Premier Conte saranno sufficienti per salvare un mondo (quello dello spettacolo) che sta soffrendo enormemente da diversi mesi?

“Purtroppo non riesco a desumere informazioni precise sui futuri stanziamenti economici e quindi non ho elementi per rispondere. Posso soltanto dire che se saranno distribuiti con coerenza, sapienza, giustizia e accortezza potranno servire a garantire la resistenza di molti. Se si fermeranno nelle casse senza fondo di qualcuno, serviranno a mantenere, non per molto, qualche vecchio privilegio. Forse sarebbe stato bello fare in modo che potessero essere riconfermati gli impegni saltati dall’inizio della pandemia, a fronte dei finanziamenti riconfermati dal ministero. Alcuni teatri hanno ripensato con gli artisti i progetti e gli spettacoli, adattandoli e riprogrammandoli, altri no. Questo processo virtuoso è stato affidato alla decisione e alla volontà di ognuno, senza disegnare un programma comune che avrebbe rasserenato tutti”.

Se capisco bene sarebbe molto importante creare una rete di ascolto reciproco…

“Non credo sia facile creare la rete di ascolto reciproco che sogno, ma mi pare che la gente di teatro sia talmente innamorata del suo lavoro che non esiterebbe ad inventare nuovi modi per praticarlo, in ogni condizione, a patto di non essere costretta a realizzare cattivo cinema o cattiva televisione: parlo proprio dello streaming, che se non è supportato da mezzi tecnici ed economici adeguati rischia di essere un noiosissimo e fallimentare tentativo di tradurre lo spettacolo dal vivo. Potrebbe addirittura allontanare il pubblico invece di moltiplicarlo. Alla gente di teatro basterebbe essere vista e ascoltata. Sono molti coloro che garantiscono cultura, spettacoli di qualità, laboratori, aggregazione, espressione, sostegno, a persone di ogni età, censo, livello di istruzione, contribuendo a fare del nostro paese una terra migliore, ogni giorno. Spesso però rischiano di non essere visti, anche se sono di straordinaria qualità artistica e umana. E se non sono visti, come arriveranno mai anche a loro questi stanziamenti economici?”

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