Polis Teatro Festival: Di terra e d'oro


Polis Teatro Festival 2021, Ravenna

Di terra e d'oro ovvero la materia dei sogni
di e con Elena Bucci 

dal 13 al 16 maggio, ore 18
Teatro Alighieri, Sala Corelli

info e biglietti    programma festival

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DI TERRA E D'ORO
ovvero la materia dei sogni

una lettura in musica dedicata al pensiero del lavoro
e a persone e personaggi della mia terra e della mia memoria

di e con Elena Bucci
e con Dimitri Sillato alle tastiere e al violino
cura e drammaturgia del suono Raffaele Bassetti
assistente all’allestimento Nicoletta Fabbri
la voce registrata è di Andrea de Luca

produzione Le Belle Bandiere per il Teatro di Radio3
con il sostegno di Regione Emilia-Romagna, Comune di Russi

Quando mi fu chiesto se volessi preparare una drammaturgia originale per la Festa di Radio 3 ispirata ad una riflessione sul tema del lavoro fui subito attratta e spaventata. La scrittura in musica che ne derivò fu come una febbre che mi portò a raccontare di visioni molto personali che, con mio sollievo, suscitarono emozione tra il pubblico più diverso. Poi il testo fu messo da parte, per lasciare posto a nuovi spettacoli pensati per la compagnia.
Quando il tempo sospeso della pandemia ha messo in nuova luce le malattie e le fragilità del nostro mondo, le ingiustizie e le disparità, ho sentito che era il tempo giusto per tornare su queste riflessioni e il viaggio è ricominciato, ridendo e piangendo, portandomi alle radici della mia vocazione per il teatro e alle domande intorno alla funzione profonda delle arti.
Le parole lavoro, mestiere, professione bruciano ancora di più. Significano libertà e dignità, ma anche vergogna e ricatto. E i diritti che sembravano acquisiti? E noi, come rifondiamo una comunità civile che torni a riunirsi per condividere domande, pensieri, emozioni, l’esperienza catartica delle arti? Studiando, leggendo, ricordando, interrogando, il mondo mi si è squadernato davanti come un libro che non finisce mai. Ho cominciato un viaggio sorprendente nel mio passato e nella storia più recente della mia terra e del pianeta. Ho realizzato di essere un fragile anello di una lunghissima catena che sta per spezzarsi, la stessa che garantiva continuità tra i più antichi saperi e mestieri e le nuove scoperte, equilibrando tradizione e innovazione. Sono nata ieri eppure sembra mille anni fa. Come è accaduto che una folle corsa ad un benessere apparente abbia generato un concetto di lavoro frustrante dove tutti sono intercambiabili e nessuno necessario? Dove è finito il sentimento della bellezza, della vita come opera d’arte, del lavoro come dedizione, dono e realizzazione del proprio talento? Un coro di voci si è alzato, ogni angolo del paesaggio si è animato di racconti di mestieri perduti, di storie e di personaggi e io li ho raccontati mescolando ricordi e immaginazione fino a farli diventare eroi ed eroine di un mondo fantastico eppure reale, come veri sono i ricordi, i sogni, le favole.
Donne e uomini del mio mondo contadino diventano nella memoria una sorta di misteriose deità pagane, tra uccisioni di animali, creature della leggenda che abitano la palude raccogliendo nella rete d’argento anime confuse, contafiabe che camminano sulla soglia che divide il mondo dei vivi dal mondo dei morti. Accanto a loro ci sono gli artigiani senza discendenti, falegnami, fabbri, maestre, professoresse, maghi orafi, sarte, ci sono i nuovi schiavi per povertà che fanno i mestieri che una volta erano affidati ai garzoni montanari e gli schiavi ricchi prigionieri del lavoro.
Mentre si affacciano ogni giorno personaggi nuovi da raccontare e sento crescere un coro fatto di melodie tutte diverse, Il filo di questa lettura in musica si avvolge intorno all’unico lavoro che conosco bene, quello del teatro, che ne racchiude molti altri, dal più umile al più complesso: quasi fosse una cura, per me il mestiere coincide quasi con la vita e nonostante rischi e precarietà, mi permette di amare ciò che mi circonda. È un cannocchiale, un filtro, un amplificatore, forse una protezione, di certo uno strumento di revisione dei pregiudizi e delle abitudini. Con esso rifletto intorno alle parole lavoro, arte, mestiere e su come possano significare prigionia o libertà, crescita o umiliazione, terreno di solidarietà o di guerra.
Mi pare che le traversie che in ogni epoca i comici e gli artisti hanno affrontato per affermare come tale il loro mestiere, somiglino di nuovo a quelle che si incontrano in altri lavori che, almeno in Europa, parevano protetti, ma con l’aggiunta di inquietanti novità per tutti: alla strategia dell’incertezza, della confusione, del facile ricambio, dell’esposizione ai ricatti si aggiungono il progressivo svuotamento del valore della tradizione e della trasmissione dei saperi da persona a persona, lo scarso riconoscimento delle abilità, il misconoscimento dei risultati. E così, come imparo a riconoscere il nuovo orrore dello sfruttamento planetario di alcuni popoli a danno di altri negli inutili oggetti che posso comprare a pochi soldi, cerco la frattura dalla quale comunque passano antidoti e speranze.
La scatola delle meraviglie che è il teatro mi sollecita a non cedere a facili recriminazioni, ma ad attraversare il tempo e lo spazio per ricordare, accanto ad artisti di teatro che hanno lottato per trasformare, tra uno sberleffo e un inchino, la loro passione in opere, altre figure lontane e vicine che, nei più diversi mestieri, hanno espresso un’originale, visionaria, coraggiosa e a tratti burlesca determinazione nel rendere il loro faticare un servizio alto e un’arte. 

 

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