Appunti per un breve manuale di sopravvivenza all'Inferno
ispirato all’opera di B. Brecht e K. Weill e in particolare all’‘Anima buona del Se-zuan’
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È il secondo anno di lavoro con questo bel gruppo, che è rimasto compatto dallo scorso anno, a parte tre di loro che hanno ‘sconsideratamente’ deciso di buttarsi nella vita d’attore e a parte il felice inserimento di alcune persone nuove che si sono integrate con sorprendente facilità.
La prova aperta dello scorso anno, sempre supportata dallo splendido contributo di Andrea Agostini, musicista e compositore, ebbe un esito particolarmente felice, dal punto di vista spettacolare. Senza cercare il risultato, ci trovammo tra le mani una creazione leggera e sentita, che si muoveva intorno e dentro le tematiche di Brecht e le contaminazioni di Weill con libertà ed attinenza.
Come sempre accade, la tensione della preparazione contribuì a velocizzare e a chiarire alcuni fondamentali nodi dell’arte teatrale.
Lavoravamo per crescere in tecnica e consapevolezza e per capire qualcosa di più del mondo creativo di quei grandi e liberissimi artisti.
Usammo quasi esclusivamente i testi e le canzoni originali, immettendole in un nostro mondo che moltiplicava le possibili visioni delle città.
Avemmo tutto il tempo di immergerci nello studio dei testi e delle atmosfere, per poi trasformarle in scrittura scenica.
Purtroppo quest’anno abbiamo avuto a disposizione esattamente metà delle ore, per scelte che non dipendono dalla nostra volontà.
Non diciamo questo per giustificare l’esito, ma per spiegare la direzione del lavoro.
Data la rarità delle occasioni che si presentano ai ragazzi di ‘fare laboratorio’, cioè di sperimentare a fondo e con libertà le proprie attitudini e potenzialità creative sotto uno sguardo attento, partecipe e spietato, abbiamo deciso in quest’ultimo anno di lavoro con questo gruppo, di dedicare l’energia proprio a questo, fingendo di avere tutto il tempo per farlo e ignorando le normali modalità di costruzione di una ‘prova aperta’.
Le suggestioni di riferimento sono rimaste le stesse: la possibilità di mescolare linguaggio alto e basso, la maschera che rivela, il tentativo di non dividere corpo e pensiero, i meccanismi del potere e della sopraffazione, ricchezza e povertà, bene per sé e bene per gli altri, l’ipocrisia e il coraggio, il conformismo e la solitudine.
Abbiamo sollecitato la creazione di drammaturgie originali, accettando il rischio dell’ingenuità, perché crediamo che da questo sforzo giunga una grande consapevolezza delle proprie caratteristiche e della vastità del potenziale degli strumenti del teatro.
Questo lavoro individuale è sempre stato supportato, umanamente e nell’azione teatrale, da una grande partecipazione del gruppo, che piano piano ha assimilato, quasi fisicamente, il senso di ciò che è teatro e ciò che non lo è.
Sappiamo bene che non è facile fare trasparire in una prova aperta tutto quello che ci ha incantato nel corso del lavoro, ma vogliamo provarci, presentando qualcosa di volutamente non confezionato, che porti i segni di una trasformazione in atto, nella quale ognuno, se avrà voglia, potrà intravedere un’aura, un futuro, non il teatro che siamo, ma un teatro imprevedibile che verrà.
(Elena Bucci)