CADUTO FUORI DAL TEMPO

dal testo di David Grossman edito in Italia da Mondadori
traduzione di Alessandra Shomroni

progetto, elaborazione drammaturgica e interpretazione Elena Bucci e Marco Sgrosso
musiche originali eseguite dal vivo alla fisarmonica Simone Zanchini

regia Elena Bucci
con la collaborazione di Marco Sgrosso

disegno luci Loredana Oddone - cura e drammaturgia del suono Raffaele Bassetti - ideazione spazio scenico Elena Bucci, Giovanni Macis, Loredana Oddone - elementi di scena e costumi Elena Bucci e Marco Sgrosso - trucco e consulenza ai costumi Bruna Calvaresi - assistente all’allestimento Nicoletta Fabbri

progetto a cura di Mismaonda
produzione Centro Teatrale Bresciano, TPE Teatro Piemonte Europa e ERT Emilia Romagna Teatro Fondazione
collaborazione artistica Le belle bandiere

direttore di scena e macchinista Giovanni Macis - programmatore e capo elettricista Chiara Lussignoli - fonico Raffaele Bassetti - ufficio tecnico Cesare Agoni, Edwige Paulin - ufficio organizzativo Franca Ferrari - ufficio stampa e comunicazione Veronica Verzeletti, Sabrina Oriani - foto di scena Marco Caselli Nirmal - video Stefano Bisulli
spettacolo realizzato con il sostegno di NEXT 2021
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Caduto fuori dal tempo è un testo che porta in sé una mite e potente rivoluzione: in un’epoca dove molte culture tollerano con fatica il lutto, quasi fossimo eterne, infantili deità, David Grossman si avventura con coraggio nel difficile viaggio dentro la morte e lo traduce in parole che riconosciamo autentiche e nostre. Attraverso la scrittura trasforma il suo dolore personale in parola poetica e universale che cura e consola, permettendoci di intravedere, nel nostro mondo colorato e rumoroso, la sua dimensione intima e silente, visionaria, dove si può accettare l’assenza e compiere il rito del saluto che permette di tornare a vivere. È una contemporanea discesa negli abissi che ci ricorda l’antica e profonda funzione delle arti e l’importanza dei riti collettivi nell’avvicinarci al mistero del nostro passaggio nel mondo. Fa risuonare il coro di un’umanità che ha sempre cercato di fare del dolore di ognuno il dolore di tutti, ridendo e piangendo, creando racconto e memoria. Così il lutto dei personaggi del testo diventa il nostro lutto: nello spazio fuori dal tempo del teatro riaffiorano i ricordi, si aprono fessure che mostrano un “laggiù” che ognuno immagina e nessuno conosce. È là che vuole spingersi l’Uomo, dopo anni di silenzio, per andare in cerca del figlio perduto in guerra, mentre la moglie, la Donna, resta, facendo un percorso diverso e parallelo che li avvicinerà, facendoli ritrovare l’uno all’altro. Al loro cammino si affianca quello di altre creature nelle quali si rispecchiano, si moltiplicano, si confondono. Il racconto è affidato allo Scriba delle cronache cittadine, un ex giullare incaricato dal Duca di prendere nota delle storie dei suoi sudditi che hanno perso i figli. È lui che ci guida nella notte in un paese sospeso tra diverse epoche dove incontriamo una Donna muta nascosta in una rete in riva al lago, un Ciabattino e sua moglie, la Levatrice, dolenti e pazienti, un Centauro mezzo uomo e mezzo scrivania, condannato e graziato dalla scrittura, un Maestro di Aritmetica che canticchia formule per fermare il tempo, il Duca stesso, che non sa più guidare. Tutti partecipano ad una veglia di sogno innescata dalla partenza dell’Uomo verso “laggiù”, camminando, ricordando, scrivendo, meditando, per scoprire, attraverso il Centauro, che “c’è respiro nel dolore, c’è respiro”, come gli sussurra la voce di un bimbo invisibile. Si apre uno spiraglio di aria fresca. Dopo il suo possente scavo la scrittura si è intrecciata al teatro e con sorprendente naturalezza, sotto i nostri occhi, dentro di noi, sul palco, è diventata suono, voce, colore, musica, un luogo dove ritrovare i perduti, uno spazio di catarsi dove ci sentiamo in pace, vicini, sospesi nello stesso attimo, sulla stessa soglia, ad ascoltare una favola nella quale il dolore si trasfigura. Caduti fuori dal tempo.
Elena Bucci

È un’opera in cui si precipita, come risucchiati da un vortice di dolore che già dalle prime righe si fa canto, le parole – nette, svelte, asciutte - si moltiplicano facendosi sinfonia acquistando leggerezza nella loro musicalità, che le rende quasi ‘cuntu: un compianto a due voci che si arricchisce via via di altri echi, tinte e sfumature nel suo librarsi dal buio dell’angoscia iniziale verso lo spiraglio misterioso di una luce nuova. Personaggi, epoche e luoghi scolorano l’uno nell’altro, si fondono e si intrecciano, e i drammi individuali si dissolvono in un unico inno di amore che tutti accomuna e tutti riunisce nella marcia verso il confine che separa i vivi dai morti, al cui cospetto sarà finalmente possibile accettare l’inconcepibile e forse ricominciare a vivere in una riconciliazione pacificata.
Marco Sgrosso