CADUTO FUORI DAL TEMPO

dal testo di David Grossman
traduzione di Alessandra Shomroni

progetto ed elaborazione drammaturgica Elena Bucci e Marco Sgrosso

con Elena Bucci e Marco Sgrosso
e con .... (da definire)

disegno luci Loredana Oddone
drammaturgia e cura del suono Raffaele Bassetti
supervisione costumi Ursula Patzak
assistente all’allestimento Nicoletta Fabbri

produzione Centro Teatrale Bresciano, TPE Teatro Piemonte Europa
e ERT Emilia Romagna Teatro Fondazione
progetto a cura di Mismaonda
collaborazione artistica Le Belle Bandiere

“Caduto fuori dal tempo” è un testo che porta in sé un’intima e possente rivoluzione: in un’epoca dove si tollera con fastidio il lutto, Grossman si avventura con coraggio nel difficile viaggio dentro la morte e lo traduce in parole che riconosciamo autentiche e nostre.
Questo testo poetico destinato al teatro ci ricorda la funzione antica e profonda delle arti e l’importanza dei riti collettivi per la condivisone dei misteri del nostro passaggio nel mondo.
David Grossman ci offre la possibilità di risvegliarci dal torpore e dalla paura che ci inducono a rimuovere il pensiero della fine: tanto più se riguarda, come in questo caso, i figli, vivente speranza nel futuro.
Attraverso la scrittura trasforma il suo dolore personale in parola poetica e universale che cura e consola. Ci permette di vedere, dentro il nostro mondo colorato e rumoroso, la sua dimensione intima e silente, raccolta. Ci aiuta a riconoscere intatta la nostalgia e la mancanza di chi ci ha lasciato, per compiere il rito di saluto che permette di continuare la vita. Così, il lutto dei personaggi diventa il nostro lutto: in questo spazio fuori dal tempo che è il teatro si può diventare padri, madri e figli, bambini e vecchi, vivi e già vissuti: si aprono fessure impreviste, tagli di luce che appaiono e scompaiono come ricordi.
Ci ritroviamo simili nel dolore e nella speranza, vicini nell’esplorare la soglia tra vita e morte, tutti sospesi nello spazio magico dove ci celebrano i rituali, dove si ripetono i racconti della tradizione, le favole dei cantastorie, dove i nomi, le gesta, i fatti di ogni giorno, le frasi, i capitomboli, le scoperte di chi abbiamo perduto diventano epiche e mitiche, ripetute mille volte da chi resta, ridendo e piangendo. I racconti di esistenze tutte diverse e irripetibili diventano un grandioso romanzo corale.
Invochiamo ancora una volta il teatro come spazio della catarsi: dopo l’immenso lavoro della scrittura, la parola detta e vissuta provoca una nuova trasformazione del dolore e delle domande attraverso il respiro di tutti, pubblico e attori, sospeso nello stesso attimo, dal vivo, al presente. Insieme ci ritroviamo caduti fuori dal tempo e ritroviamo i perduti.
Soli e non più soli. (EB)