FILOTTETE

ovvero la tragedia dell'inganno
una lettura in musica

elaborazione da Filottete di Sofocle, con la traduzione di Federico Condello
drammaturgia, interpretazione e messa in scena Elena Bucci e Marco Sgrosso

drammaturgia sonora e cura del suono Raffaele Bassetti
alla tastiera e al violino Dimitri Sillato
assistente all’allestimento Nicoletta Fabbri
Le Belle Bandiere con il sostegno di Regione Emilia-Romagna e Comune di Russi

Nata in occasione della rassegna I Classici in Santa Lucia XVIII edizione Patria-Patrie organizzata dal Centro Studi La Permanenza dell’Università di Bologna nella splendida cornice dell’Aula Magna Santa Lucia, questa lettura concerto del Filottete di Sofocle nella nuova traduzione di Federico Condello riprende la linea poetica e produttiva della nostra Compagnia basata sull’indagine e sulla rilettura dei grandi testi classici, in questo caso attraverso una collaudata pratica di commistione della parola “poetica” con la musica eseguita dal vivo. 
Dopo avere affrontato in passato l’universo dilaniato dal contrasto tra le ragioni della Pietas e quelle dello Stato attraverso lo scontro tra Antigone e Creonte, torniamo a Sofocle, il più ‘equilibrato’ forse tra i grandi Tragici Greci, per osservare da una diversa prospettiva quella stessa collisione tra la passione folle dell’individuo e il suo presunto dovere civile, conflitto che sempre porta alla sofferenza e ad un’analisi spietata della propria coscienza. Con la tragedia di Filottete, il grande mito della Polis si incrina sull’esile filo dove scorrono fiducia e inganno, e possiamo cogliere nelle dolorose e potenti parole di Sofocle un nitido richiamo al dubbio ancora così vivo nella sensibilità contemporanea che permane, ancora dopo molti secoli, nella relazione tra Uomo e Stato. Come in Antigone, il dilemma consiste nella valutazione del sacrificio che il singolo cittadino è chiamato ad offrire alla polis e al tempo stesso della dimensione ‘eroica’ che è capace di sostenere per conquistare la suprema approvazione divina, a prezzo di una stoica sofferenza. 
Quanto deve e quanto può sacrificare il singolo alla comunità? E come il governo che regge questa comunità è in grado di ricompensare il singolo per questo sacrificio di sé? Domande che, ci sembra, suonano quanto mai opportune e sconcertanti nella situazione di emergenza sociale che stiamo vivendo.
Filottete - come Antigone, e come prima di lei il suo sventurato padre Edipo - pone le sue ragioni al di fuori della polis e la sua ‘passione’ lo porta inevitabilmente in contrasto con l’equilibrio dell’assemblea sociale, anche quando alle sue argomentazioni e ai suoi sentimenti è riconosciuta legittimità e nobiltà dalla stessa congrega di uomini per i quali i suoi principi etici costituiscono un pericolo. E se da un lato la nettezza di questi principi gli attira il rispetto degli altri, pure la sua coerenza e il suo coraggio lo rendono ostile a chi si è assunto l’onere di guidare la Città. La tormentosa lotta tra coerenza etica e necessità civica non può che condurre l’individuo a piegarsi o ad essere escluso oppure a morire. 
È un canto a tre per due voci e molte sonorità intrecciate, in questo caso, quello che narra la sventurata vicenda di un grande eroe che, dopo avere donato la parte migliore di sé alla “patria”, viene abbandonato a causa di una atroce e fetida ferita che non dà pace a lui e risulta odiosa ai suoi confratelli, i quali lo condannano ad una umiliante solitudine su un’isola deserta, dove l’unico conforto rimane rivolgersi alla natura muta e imperturbabile che lo accoglie, salvo decidere poi di riscattarlo quando un vaticinio inflessibile impone alla collettività di riappropriarsi del valore prodigioso del suo arco guerriero.
Così l’eroe umiliato, il trionfatore sconfitto, l’uomo ridotto a una vita da bestia viene nuovamente vinto e beffato dal suo rivale storico, il perfido e cinico Odisseo che ha fatto dell’inganno la sua ragione di gloria, e proprio attraverso il suo ideale successore, il giovane e promettente eroe, figlio del suo più caro compagno di guerra ed educato a venerare la sua memoria in quanto salvatore della patria: scontro straziante tra la maturità che cede alla fiducia nel rimpianto dell’innocenza smarrita e quella stessa innocenza, costretta ad apprendere come la conquista della fama richieda il sacrificio e la perdita della lealtà. 
Ma in questo dilaniante contrasto, come sempre con mirabile equilibrio di pensiero, Sofocle non divide il mondo in buoni e cattivi, tanto che - quando la soluzione finale della tragedia è affidata al classico deus ex machina nei panni del semidio Eracle, il cui intervento consente a Filottete di ‘cedere’ senza svilire i propri ideali -, a noi spettatori attoniti, partecipi e commossi, resta aperta una totale libertà di scelta nella valutazione del bene e del male. 
Conclusione, tuttavia, ingannevole a sua volta e troppo sbrigativa per seminare saggezza: Filottete rinuncia al suo testardo eroismo, Neottolemo rinnega il suo tradimento senza però recuperare la limpida innocenza dello sguardo verso il mondo, mentre l’immoralità dell’inganno di Odisseo appare per quanto spregevole, inevitabile. E si affaccia il dubbio che la rinuncia alla propria integrità sia il duro prezzo che deve essere pagato alla salvezza della polis…