GRAZIE PER LO SCHIAFFO
intervento in occasione di “Sotto altre spoglie andavamo un tempo”, lettura scenica da Ingeborg Bachmann, Salerno Letteratura Festival, 18 giugno 2026
Chi scrive è per me una divinità, fin da quando rubavo i libri ai grandi. Con il tempo mi sono accorta che le scrittrici lo sono di più, per quanto ancora faticano, tra elogi di circostanza e quote rosa, a concedersi la libertà di esserlo, a individuare la loro voce e a farla sentire, nonostante la strada aperta nella pietra da giganti come Ingeborg Bachmann. Se non fosse per l’intuito chiaroveggente di Gennaro Carillo, forse non avrei osato dare suono a quel suo modo di dire io da adolescente terrorista, a quel suo dare del tu provocatorio e inerme, a quella capacità di incarnarsi in molte vite scrollandone via la polvere e mostrandone l’essenza fra tragedia e ironia.
La scrittura di quell’angelo diabolico è tutta teatro, in apparenza semplice e immediata, ma con echi traditori che portano chissà dove. Là mi attende, implacabile, per chiedermi se addomesticherò le sue parole per renderle più gradevoli al pubblico, io che non ho vissuto invasioni, guerre, deportazioni, io che non ho provato l’allarmante intensità dei suoi amori, delle visioni, degli incontri. Capisco. Per trovare in me il luogo esatto dove possano risuonare le parole distillate da una dea che si rifugia nel silenzio dovrò andare con lei a tentoni nell’ignoto e starci, seguirla nei suoi salti nel vuoto, ma, grazie al suo dono, avrò una rete di protezione che lei non si concede.
Volo senza rischio, mentre lei si schianta. Mi pare che nella sua opera letteratura, poesia, danza e canto conflagrino, mentre arte e biografia si intrecciano diventando cura una dell’altra in un equilibrio che dissolve per un momento nebbia, dolore, solitudine e le barriere tra le singole identità. Creature come lei, sempre in cerca della verità, rischiano la morte più volte al giorno. Fra timore e ammirazione io la osservo mentre incide ogni involucro di protezione che si accumula negli anni, la membrana degli io che ognuno pensa di essere, dei tu che si pensa di conoscere, degli eventi ai quali si tenta di dare un ordine e una narrazione. Il suo tagliare e liberare è preciso, la scrittura dipana particolari di vite, amori e luoghi che non conosco, ma che diventano familiari come la mia infanzia e il paese dove sono nata, facendomi sorridere delle altezze e delle meschinità.
Divento tutto in un attimo, attraverso una lingua così concreta che arriva come uno schiaffo a sorpresa senza che la signora sciorini alcun compiacimento per la sua abilità. Soffro, ma resto, perché il piacere di vedere è più forte del dolore. Non so dove colpirà la prossima volta per svegliarmi dal torpore di un benessere che non merito, di una pace che non ho conquistato, di una cultura che mi accoglie tra le sue braccia a patto che io non la infastidisca con atti di coraggio. Vedo come la ricchezza nella quale sguazzo mi blandisca, convincendomi che il conformismo con il quale convivo (del quale sono complice) sia maturità e non viltà. Nomino la realtà con titoli e frasi fatte che hanno sostituito alla comunicazione la pubblicità, mentre un’onda di prepotenza e paura sommerge il ricordo delle lotte per la libertà e l’uguaglianza.
La signora si spoglia di ogni sicurezza e seguendola mi trovo in mutande in piazza, come vorrei esserlo accanto alla ragazza iraniana che, nuda e senza patria, sfida i militari. Non sono sola, per quanto disperata. C’è lei. Mi regala le ore del suo lavoro, la sua inquietudine, il tormento e un’opera che parla a tutti, in ogni tempo, ma senza essere mai di moda. Grazie a lei ritrovo lo sgomento e la ribellione della giovinezza, la lucidità di chi ogni giorno va a colloquio con la morte e mi domando come affrontare l’esecrabile gestione delle ricchezze e del potere senza nemmeno la scusa dell’ignoranza: la foto dei bambini che con le loro piccole mani estraggono dalla roccia la terra rara che alimenta l’intelligenza artificiale è sotto i miei occhi. L’AI piace perché è sempre accomodante. Bachmann mai. Così penso, guardando le mie amate comunità artistiche quando ronzano intorno alle gravi questioni del presente in certi modi blandi e inefficaci. E io con loro. Eppure, per scrivere con questa inesorabile chiarezza che illumina, Bachmann comprende e ama senza riserve, anche quando colpisce.
Lascio cadere il mio dito accusatorio e accolgo la sua lezione, altrimenti saranno guai. La lettura in pubblico è un’esperienza intima che si incide: mi stupisco sempre del magico passaggio dalla pagina a me, mi trovo nella realtà eppure sbalzata fuori, come se il filo di parole mi portasse dove sono state scritte per rilanciarle al pubblico. Sembro ferma al leggio, ma tutto il corpo partecipa perché il suono sia concreto e allo stesso tempo sorpreso, come se leggessi quelle parole per la prima volta, come se le avessi scritte io. I gesti, come una piccola danza, non devono disturbare. Alla fine sono indolenzita come dopo una corsa. Sembra la partenza di un razzo di latta in un vecchio film di fantascienza eppure è tutto vero. Divento strumento, mi metto al servizio del genio e del talento, anche a costo di trovare al loro cospetto la mia mediocrità. Se va bene, qualche porta si apre all’immaginazione e si diventa tutti uno solo, tutti diversi, in volo, ma questo è un miracolo che senza l’amore non arriva.
[pubblicato sul quotidiano “il manifesto”, 9 giugno 2026, con il titolo “Ingeborg Bachmann, parole che risuonano dentro salti nel vuoto”]