I sogni infranti

ritratti di piccoli uomini e piccole donne tra il malinconico e il grottesco
ispirati all’opera di Anton Cechov

Per ‘celebrare’ il decimo laboratorio di trasmissione di esperienze teatrali curato per il Cimes dell’Università degli Studi di Bologna, torno ad un autore che amo molto per la profondità e al tempo stesso per la leggerezza della riflessione umana che traspare dalle sue opere, Anton Cechov.
In modo mirabile e senza enfasi, Cechov descrive il crollo di un’epoca, il tramonto degli ideali, l’apatìa di un sogno senza azione e il cambiamento sociale ed economico di un sistema in cui la volgarità del tornaconto personale schiaccia con cortese ma inesorabile brutalità la vulnerabilità del sentimento, della memoria, dei piccoli valori privati e sentimentali.
I colpi di accetta che risuonano in lontananza durante l’abbattimento degli alberi in fiore del Giardino dei ciliegi e preludono all’invasione dei villini per i nuovi turisti alludono chiaramente ad un capovolgimento di valori.
E i sogni continuamente vagheggiati di un’esistenza più felice e più ‘degna’ – si tratti dell’esistenza dell’uomo in generale o di quella del singolo individuo – da parte dei personaggi cechoviani sono destinati a sbriciolarsi, a risuonare come monotone cantilene di una volontà apatica, svuotata di ogni capacità di azione.
Tutto questo assomiglia molto a quanto oggi ci riguarda molto da vicino.
I tempi cambiano, gli squali di un attivismo senza scrupoli avanzano e sono premiati, e accade spesso di rifugiarsi nella purezza di un ‘sogno’ in cui è dolce potersi cullare ad occhi chiusi.
I personaggi di Cechov – così umani, così veri a dispetto della loro lontananza storica e geografica – si prestano bene a fungere da specchio possibile per ognuno di noi.
Sono piccoli uomini e piccole donne “normali” che appartengono ai più diversi ceti sociali ed è proprio nella loro ‘normalità’ che risiede la loro ‘unicità’.
In Cechov, come forse in nessun altro autore, davvero non esistono personaggi ‘minori’, perché tutti – protagonisti e comprimari – sono portatori di un’umanità a tutto tondo e di universi interiori in cui è affascinante sprofondare.
Con incantevole malinconia e con un pudore tipicamente “russo”, egli ci parla dell'uomo: delle sue miserie, delle sue debolezze, delle più o meno alte aspirazioni, degli affetti più intimi e segreti.
E attraverso i ritratti indimenticabili di signori, servitori, sorelle, figli e figlie, madri e matrigne, militari, attrici, contabili, maestre e professori, scrocconi e governanti, egli ci restituisce il quadro di un’umanità ricchissima, sofferente e speranzosa, divertente e divertita, in un equilibrio delicato tra il comico e il tragico.
In precedenti esperienze di pedagogia teatrale presso accademie teatrali ho già indagato Cechov, e mi piace rifarlo oggi con allievi-attori non professionisti perché credo che tutti possano restare affascinati dal misurarsi con ritratti così ‘aperti’ e così ricchi, così adatti all’apporto della creatività individuale.
Il carattere malinconico e grottesco dei suoi personaggi e le situazioni umane e sociali sempre sospese tra lacrima e sorriso consentono un viaggio creativo nelle capacità di metamorfosi individuali ed uno studio sulle possibilità di trasformazione del corpo, della voce e delle emozioni dell’attore, sull'indagine dei suoi lati oscuri come di quelli luminosi.
Il lavoro partirà da alcuni testi di riferimento, che nel corso del laboratorio potranno essere modificati, adattati, riscritti e reinterpretati per giungere a una “scrittura scenica” originale, forte dell’apporto individuale di ognuno dei partecipanti.
È quindi condizione indispensabile per partecipare al laboratorio la lettura approfondita e la conoscenza delle seguenti opere di Anton Cechov:

  • Il gabbiano  
  • Tre sorelle
  • Zio Vanja
  • Il giardino dei ciliegi

Si consiglia inoltre la lettura degli Atti unici, di Platonov e dei Racconti.

(Marco Sgrosso)