INTORNO A “BIMBA”

Elena Bucci risponde a Oscar Bandini (QN)
21 febbraio 2023

1 - Bimba '22 è stato il primo evento a dare avvio al 'Progetto Pier Paolo Pasolini 1922/2022' in occasione della nascita del grande regista scrittore friulano. Come è stato accolto dal pubblico e dalla critica?

Bimba ’22 è stata una nuova edizione, rivista e ampliata, di un primo spettacolo che realizzai in occasione dell’inaugurazione del Teatro Laura Betti di Casalecchio, dove la famiglia Betti aveva una residenza che fu smontata pezzo per pezzo dai fascisti quando si rifugiarono tutti a Roma. Fu accolto benissimo, come questa nuova edizione, e contribuì a farmi aggiudicare il Premio Ubu come migliore attrice. Nel 2022, anno dedicato a Pasolini in occasione del centenario dalla nascita, il mio studio su Laura Betti ha avuto ancora un ottimo seguito di pubblico e critica, ma con nuovi risvolti. Lo sguardo di Laura su Pier Paolo, complice, dedito, ammirato, innamorato, mai succube e sempre dialettico offre un ritratto secondo me particolarmente intenso e toccante di Pasolini. Ogni volta che come Laura parlo di lui mi emoziono e scopro nuove sfumature. Il Progetto disegnato dal direttore Valter Malosti insieme all’Università, alla Cineteca, a tutti gli enti che da sempre custodiscono documenti, memoria, senso della vita e dell’opera di Pasolini, era molto articolato, bello, poliedrico e sono davvero fiera di averne fatto parte. Ricordo la prima giornata del convegno, vicina al mio debutto: la sala era affollata di persone di tutte le età, oltre ai moltissimi giovani e ho trovato commovente ed entusiasmante che le figure di Laura e Pier Paolo, così ribelli, libere, anticonformiste e scomode avessero questo seguito e riscuotessero tanto interesse. Quel periodo di storia d’Italia poi è sconvolgente: a Roma si concentravano e si incontravano tra loro straordinari scrittori, intellettuali, registi di cinema e teatro, poeti, musicisti, pittori, artisti di varie discipline. C’era un esplosivo fermento di talenti che volevano cambiare il mondo e rovesciare gli antichi equilibri in nome di ideali altissimi. Laura, tra loro, era davvero multiforme: coltissima, parlava quattro lingue compreso il bolognese, come diceva lei, era capace di ridere, di farli ridere, di costringerli a scrivere canzoni delle quali lei fosse l’argomento e li riportava accanto alla vita della gente. Era tra le altre cose una straordinaria cuoca che apriva casa sua per accogliere tutta questa banda di ‘intellettuali’ che, come dice lei, in quanto tali, non guadagnavano niente. Laura sfiorava tutti i mondi, fino a gettarsi contro i paparazzi dicendo: ‘no no no’ a braccetto con Marlon Brando solo per avere una fotografia sul giornale, fino ad interpretare con finissima sensibilità Emilia in Teorema, il film di Pier Paolo che le valse la Coppa Volpi a Venezia, dove Pier Paolo contestava e voleva costringere anche lei a farlo, mentre lei, squattrinata, si era installata al Grand Hotel Excelsior ordinando quaranta colazioni per lei e un ragazzotto del quale non si ricorda il nome. Che vitalità, che libertà, che forza. E potrei continuare raccontando infiniti aneddoti sulla sua poliedricità!

2 - Laura Betti è diventata qualcosa che assomiglia a un'ossessione per lei fino a cercare (così dicono alcune persone che la conoscono) nelle bancarelle di antiquariato materiale su di lei.

Ho cercato dappertutto! Naturalmente sono partita dalle biblioteche, dalle librerie, dall’archivio della Cineteca di Bologna, ma ho cercato anche le persone, come il suo particolarissimo nipote, quello che lei amava di più e al quale consegnava la chiave del lucchetto che serrava la catena che aveva messo al frigorifero per impedirsi di mangiare. Ma quando lei di notte gli urlava ‘ho fame, ho fame’ lui gliela consegnava subito. Proprio lui mi ha permesso di avere in prestito opuscoli e libri che non avrei avuto altrimenti e mi ha parlato a lungo. La sua voce registrata, con la magia che hanno le voci, me la fa sentire più vicina, come se qualcosa del suono della sua voce fosse passata nella sua, come se il suo ricordo diventasse il mio. Quando mi occupo di una persona realmente vissuta, ma anche quando mi studio il testo di un’autrice o di un autore, devo sapere tutto di loro e allo stesso tempo mettere in moto fantasia e immaginazione. Se il mio intuito e i documenti trovano dei punti di accordo sento di essere sulla buona strada e posso osare il mio ritratto personale, che passa sempre attraverso una dichiarazione di affetto verso le mie amate vittime. Dichiaro in modo teatrale che mi avvicino a loro cercando di immedesimarmi, ma senza alcuna pretesa naturalmente di trasformarmi in loro, di essere loro. A volte ho la sensazione di essere quasi guidata. Camminavo velocissima lungo via Indipendenza a Bologna, avevo molta fretta. Vedo il gazebo bianco dedicato ai libri usati e antichi e sento che devo assolutamente entrare. So che è una follia, non ho tempo, non ho tempo! Punto una bancarella che mi colpisce per la sua eleganza, il libraio ha una bella testa di ricci grigi. Chiedo se ha qualcosa di Laura e lui ha un sussulto e mi dice subito che lei andò proprio da lui, nella sua libreria antiquaria per cercare le prime edizioni sulle quali edificare il Fondo Pasolini. ‘Non avevo una poltrona che fosse abbastanza grande per contenerla.’. Mi disse. E mi portò tutte le fotocopie degli articoli su di lei che aveva raccolto e custodito da allora ad oggi. Ne ho tratto materiali interessantissimi e mi ha evitato una lunga e faticosa ricerca. Sarò sempre grata a lui e al caso che me lo ha fatto incontrare.

3 - Pasolini, quel 'veneto', come lo definisce Laura Betti, timido con il loden e lo sguardo intenso che le presentano gli amici scrittori, segnerà comunque gran parte della vita dell'attrice.

Direi che dall’incontro con lui lei viene all’istante trasformata, pur restando, come ho già accennato, una ribelle. ‘Eravamo due ribelli, ribelli anche uno all’altro. Litigavamo come marito e moglie. Non è mai stato il mio pigmalione, non ho mai potuto avere chi mi guidasse.’ Anche se da lui si faceva guidare e cedeva sempre alle sue insistenze. ‘Non lo volevo fare Teorema. E lui diceva che per colpa mia non avrebbe fatto il film. E siccome lo amavo e lo amo, ho accettato.’ E si ritrovò in testa un parrucca da due soldi che la trasformarono in una contadina della sua terra, mentre la Mangano vestiva Capucci. È stata la sua musa, la sua amica, la sua attrice preferita perché senza birignao, ma con una sorta di ombra di accento bolognese latente, ma è stata anche colei che, dopo la sua morte, ha lottato come una furia per creare il Fondo Pasolini, per mantenerne la memoria, per fare chiarezza sull’assassinio, per vendicarne la memoria, per denunciare la follia degli innumerevoli processi nei quali fu coinvolto. Ne fu la sposa senza esserlo, nel clima di estremo rispetto e libertà reciproca che lasciarono uno all’altro, pur legati da un intenso affetto, a tratti possessivo ed esclusivo, spesso esplosivo. Per Pier Paolo, accanto a Pier Paolo, anche dopo la sua morte, Laura è rimasta sempre Bimba, come lui la chiamava, insofferente delle ipocrisie, delle costrizioni, delle convenzioni, libera e spesso aggressiva contro il conformismo e i conformisti fino alla violenza. Molti ne hanno un ricordo terrorizzante e posso immaginare perché, ma io la penso, appunto, come una bimba che fa terribili capricci quando il mondo non le piace, quando la vita la tradisce. Cerco di raccontare anche i suoi aspetti più aspri comprendendoli.

4 - Quanta parte ha avuto nella sua scelta del cinema e del teatro la figura di suo padre, noto esercente cinematografico, protagonista peraltro di gustosissimi aneddoti?

Ho sempre vissuto il cinema di mio padre come una magia: i manifesti, l’ingresso, il bar, la sala, la gente. Come se avessi un’altra casa. Era un lusso avere la tessera esercenti che mi consentiva di andare al cinema gratis tutte le volte che volevo. A volte ci stavo ore. Quando mio padre fu costretto a chiudere il cinema perché non poteva sostenere le grandi spese per la messa a norma, finirono nella mia casa laboratorio moltissimi oggetti: le poltrone, un tavolino, le porte, i termosifoni. Abbiamo addirittura aperto una finestra nel muro della dimensione di un infisso del cinema, perché così potesse continuare ad essere utile. E quella finestra non chiude mai bene. Rimane sempre aperta. Sono contenta però di avere queste cose sghembe e storte accanto a me. Sono vita e ricordi. E sono più belle per me di qualsiasi mobile prezioso. E per lui era come se il cinema fosse ancora vivo.
Ricordo il traffico delle pellicole tra Bologna e Bagnacavallo, del quale a volte mi occupavo io, conoscendo così quel mondo speciale degli esercenti. Sapevo che il babbo aveva incontrato Antonioni, il quale gli aveva consegnato di persona la pellicola del suo film che custodiva in cantina e che gli chiese in cambio del buon Sangiovese. Ma questo lo sapete di certo anche voi. Sono fiera della sua passione per il cinema che lo portava al Festival di Venezia, della sua poliedricità che lo faceva essere uno straordinario insegnante punto di riferimento per tutti, un farmacista preparato e spiritoso, un gestore di cinema appassionato, inventore di rassegne, il primo che organizzò i cineforum in Romagna. Ricordo come preparava con cura i cartoncini rossi e verdi della pubblicità con tutti i titoli, ricordo la sala strapiena, con la gente seduta in terra. Ricordo la sua malinconia per il declino del suo cinema e la sua gioia quando si riprese. Al suo fianco c’era sempre il fido Gianstefani Vincenzo, proiezionista da quando aveva 15 anni e ormai anziano ma in perfetta forma! Viveva in un appartamento incastrato nel cinema, con i suoi orari precisissimi e la settimana enigmistica, la stessa che faceva anche mio padre, terrorizzato di perdere la memoria e la capacità di capire. Tormentava periodicamente una dottoressa giovane, cercandola di convincerla che lei si sbagliava e che lui aveva l’Alzheimer, che naturalmente non aveva. Si divertiva a fare i test con le macchie e le domande. Lui e Vincenzo riaprirono perfino un’arena al mare! Erano contenti come due bambini. Altro che Alzheimer.
Certamente quei film visti da bimba e da ragazzina sono rimasti nella mia memoria, ma quello che conta di più è lui, mio padre. Lui, che quando cominciai a fare l’attrice invece di seguire la carriera universitaria che si disegnava da subito facile e luminosa, quasi mi tolse la parola. Lui che poi cambiò idea e si appassionò a quello che facevo, lui che era il primo che vedeva le prove dei miei spettacoli nel Teatro di Russi, anche grazie a noi riaperto, e mi dava consigli preziosissimi, esposti nel colorato ed esplosivo modo che usava lui. Raramente sbagliava. Aveva un intuito fortissimo, accanto ad una grande umiltà che a volte incrinava la fiducia in se. Allo stesso tempo nonostante una timidezza che pochi conoscono, aveva coraggio da vendere e idee a cascata. Ma se comincio a parlare di mio padre non finisco più. Quanto mi piacerebbe raccogliere tutti gli aneddoti che viaggiano su di lui. Per ora sono grata a Laura Mariani e a Renata Molinari che, a partire da un incontro pubblico tra lui e me realizzato nel bellissimo spazio di Renata a Bagnacavallo, la Bottega dello Sguardo, hanno creato il Quaderno n.1 della Bottega.
Mi diceva sempre che non avrei mai dovuto tornare in Romagna, e forse aveva ragione. Ma sono felice di avere avuto più tempo con lui, anche se il mio lavoro speciale mi ha portato tante volte lontano. Più dei film che mi ha permesso di vedere, la sua lezione grande mi è arrivata attraverso quello che lui era, dal suo amore per la libertà e dal suo desiderio che le persone che amava, i suoi alunni, tutti quanti, ma proprio tutti, fossero liberi di essere quello che sono: liberi dalle convenzioni, dal conformismo, dalla miseria, dalle schiavitù, dai pregiudizi derivanti dal sesso, dall’età, dalla cultura, dal censo, dalla provenienza. Mi ha regalato questo grande amore per la vita, la libertà e l’insegnamento che mi ha avvicinato ad un lavoro particolare, vasto e sospeso come il teatro.
Spesso passa, con mia madre, con molta gente di Romagna, nei miei testi. Mi parlano tutti di una capacità di essere originali e autentici che non vorrei mai fosse perduta.