LA CANZONE DI GIASONE E MEDEA

da Euripide a Seneca, da Apollonio Rodio a Franz Grillparzer e Jean Anouilh
progetto ed elaborazione drammaturgica Elena Bucci e Marco Sgrosso
regia Elena Bucci con la collaborazione di Marco Sgrosso

con Elena Bucci, Marco Sgrosso, Daniela Alfonso, Nicoletta Fabbri, Filippo Pagotto

disegno luci Loredana Oddone - drammaturgia sonora e cura del suono Raffaele Bassetti - macchinismo Giovanni Macis - costumi Elena Bucci e Marta Benini - maschere Stefano Perocco di Meduna - assistente all’allestimento Federico Paino - ufficio stampa Sabrina Oriani

produzione CTB Centro Teatrale Bresciano con la collaborazione artistica de Le Belle Bandiere
si ringrazia il Teatro Comunale di Russi


debutto: 5 aprile 2016, Teatro Santa Chiara, Brescia
Passato, e per sempre, è il tempo della notte, di incanti e sortilegi. Tutto ora accade al limpido raggio della luce, il bene, il male, ed è giusto... Sei stata tu, sono stato io? Non so, è successo... (Franz Grillparzer)
Entrare nel mito significa anche evocare l’armonia di una lingua perduta cantata e danzata e i riti del ritrovarsi a ridere e a piangere in luoghi dove l’incanto della natura amplificava quello dell’arte. Indaghiamo le molte versioni di una stessa storia e le ragioni diverse dei personaggi, sospendiamo il giudizio per cercare il ritmo che commuove e guida verso una possibile saggezza. Medea è una strega straniera capace, pur di ottenere l’uomo che ama, di sacrificare il fratello, indurre con l’inganno figlie innocenti a uccidere i padri, colpire i suoi stessi figli? Una vittima del potere resa folle dall’ingiuria dell’abbandono? Giasone è un traditore, un egoista, un abile stratega che calcola i vantaggi di un matrimonio importante con la figlia del re? La vicenda della madre assassina e dell’eroe greco indegno di gloria continua a spaventarci dopo millenni mentre le parole di Euripide e le successive riscritture del mito introducono temi che ci toccano profondamente: i diritti degli esuli in terra straniera, la violenza del potere nella polis e tra gli individui, la differenza tra amore e possesso, il valore della parola data, il sospetto verso le arti magiche e il timore della conoscenza. Restano sullo sfondo le figure senza futuro dei figli, vittime e testimoni della vendetta di Medea e del dolore di Giasone. Per toccare questa incandescente materia indossiamo maschere contemporanee che mescolano i tratti della tradizione italiana con quelli di antiche culture. Il candido coro evoca clown bianchi che preparano riti di matrimonio e morte. Il mito diventa una ballata popolare che narra dell’amore che si trasforma in morte: passa di bocca in bocca e varia nel tempo i ritmi e i passi della danza fino a risuonare nei nostri giornali, nelle comunità disorientate dalla perdita dei riti, nelle città dove si mescolano le etnie, i modi di vivere e di credere. Come accade nel caso di alcune antiche melodie che si ritrovano in tutto il mondo, rinnova la memoria del patrimonio ereditato da chi ha vissuto prima di noi perché torni ad essere suono vivo, coscienza, catarsi che trasforma il dolore in sapienza. È un mistero dal quale traiamo un respiro profondo che ci unisce



foto Umberto Favretto

 
 
foto Gianni Zampaglione