LA MANDRAGOLA

di Niccolò Machiavelli
una commedia da palco per maschere, suoni e immagini del Perugino

Narratore, Siro - Lucrezia Eleonora Giovanardi
Callimaco - Luca Mammoli
Ligurio - Antonio Gargiulo
Nicia - Claudio De Maglio
Frà Timoteo - Marco Sgrosso
Sostrata - Pino Menzolini

suoni Leonardo Ramadori (percussioni) - luci e proiezioniI Paolo Latini - tecnici Rei Otha - costumi Anna Rossi - aiuto regia Luca Rodella

regia Maurizio Schmidt
con la collaborazione di Claudio De Maglio e Marco Sgrosso

un progetto di Farneto Teatro per Corciano Festival 2013
in occasione del cinquecentesimo anniversario della Pala del Gonfalone di Corciano (1513)

10-11-12 agosto 2013, Piazza Coragino, Corciano (PG)

“Perché la vita è brieve e molte son le pene, dietro alle nostre voglie andiam passando” è la battuta iniziale della Mandragola di Niccolò Machiavelli, una delle commedie che fondano il teatro moderno in lingua italiana. Famosissima già nella sua epoca, la sua data di scrittura (fra il 1513 ed il 1518) è praticamente coeva della pala del Perugino; il quale conosceva assai bene il contesto culturale fiorentino in cui essa era nata, il mondo in essa rappresentato e le corti in cui essa fu presentata. È quasi impensabile che non la conoscesse. 
Va ricordato poi un altro motivo che porta a questa scelta: la Mandragola ha le sue sorgenti in una novella del Boccaccio; e del Boccaccio ricorrono quest’anno i 700 anni dalla nascita. Se quindi con il Mistero Buffo si compie un doveroso omaggio al premio nobel “umbro” Dario Fo, con la Mandragola si dedica una giusta attenzione ad uno dei padri della nostra lingua, alla sorgente del teatro moderno, a un autore cui le pietre di Corciano devono molto.
Anche nella Mandragola, opera di svago di un personaggio così celebre da essere divenuto toponimo di una diabolica accortezza nello stare al mondo, alto e basso si scontrano violentemente. 
La trama della Mandragola (il nome di un infuso magico di erbe dai poteri afrodisiaci) è quella classica giullaresca di una finta pozione magica usata per una truffa d’amore: c’è in essa un notabile impotente e ambizioso che, con la complicità di preti e suocere, viene beffato da un giovane cui offre stolidamente e volontariamente la propria moglie. È una commedia beffarda per la presenza di tutti i caratteri che porteranno alle maschere della commedia dell’arte (servi, padroni, amorosi, sensali, dottori), ma nera e popolata da una umanità sperduta che crede soltanto ai soldi e alle apparenze. Lo sguardo di Nicolò Machiavelli sulla propria epoca è spietato; e la storditezza del ricco Nicia, tanto quanto l’affarismo del prete Timoteo, passando per l’intrigante genialità del sensale Ligurio, la obbedienza silenziosa del servo Siro e la disposizione a ogni baratto della suocera Sostrata compongono una galleria di caratteri che portano dritti alla nostra epoca.
La scanzonata rappresentazione che si propone è quella giullaresca di palcoscenico con musicisti dal vivo e proiezioni di dipinti di Pietro Vannucci, che in questo caso agiranno da contraltare rispetto al mondo ipocrita e falsamente religioso intorno al quale si muove la giostra della Mandragola; valga a giustificare questa suggestione il fatto che il famoso bozzetto di scenografia per la prima rappresentazione della commedia che fu a lungo attribuito a Piero della Francesca, rappresentava la prospettiva di una piazza con al centro una chiesa. Un caso unico nel teatro dell’epoca.