LA MORTE E LA FANCIULLA
traduzione di Alessandra Serra
progetto Elena Bucci e Marco Sgrosso
regia Elena Bucci
con la collaborazione di Marco Sgrosso
con Elena Bucci, Marco Sgrosso e Gaetano Colella
luci Loredana Oddone / Max Mugnai - drammaturgia del suono e registrazioni Raffaele Bassetti / Franco Naddei - assistenza all'allestimento Nicoletta Fabbri - costumi Nomadea - collaborazione ai costumi Marta Benini - si ringrazia il Teatro Comunale di Russi
una produzione Centro Teatrale Bresciano, Le belle bandiere
con il sostegno di Regione Emilia-Romagna e Comune di Russi
in accordo con Arcadia & Ricono Ltd per gentile concessione di Julia Tyrrell Management
anteprima: 16 gennaio 2026, Teatro Comunale, Russi (RA)
debutto: 29 gennaio 2026, Teatro Filodrammatici, Milano
SINOSSI
Siamo in una casa isolata sul mare, in un paese che ha appena ottenuto la democrazia dopo un lungo periodo di dittatura. Un banale incidente rivoluziona l’equilibrio apparente di tre vite.
È notte. Paulina Salas aspetta il marito Gerardo Escobar, brillante avvocato in carriera dal passato sovversivo. Era lui che i militari cercavano, quando la imprigionarono e la torturarono, ma lei non rivelò mai il suo nome. Gerardo deve confessarle di aver accettato di presiedere la commissione di indagine sui crimini della dittatura ma senza poter perseguire i criminali.
Come spiegare la necessità di questo compromesso? È dedizione alla legge o ambizione?
Un chiodo buca la gomma della sua auto e uno sconosciuto gentile, il dottor Roberto Miranda, lo soccorre e lo riporta a casa. Nel nuovo clima di libertà è naturale invitarlo a bere qualcosa.
Paulina crede di riconoscere il medico che la violentò più volte al suono de ‘La morte e la fanciulla’ di Schubert. Si incrina la superficie della realtà, si apre un varco tra passato e presente, tra vivi e morti. Come risolvere un trauma che le impedisce di riprendere a vivere? Se lo stato non si muove, è legittimo farsi giustizia da soli? Miranda è un criminale o un pacifico padre di famiglia?
O entrambe le cose? Come dovrà agire Gerardo, rigoroso custode della legge, di fronte alla determinazione allucinata di Paulina a trovare la verità? E quale è la verità? Le domande risuonano fino ad illuminare la tragica ripetizione nella storia dei crimini contro l’umanità.
NOTE DI REGIA
«L’azione si svolge ai giorni nostri, probabilmente in Cile, ma potrebbe trattarsi di un qualsiasi altro Paese che ha appena ottenuto la democrazia dopo un lungo periodo di dittatura» scrive Dorfman.
Rivivere in scena questo testo ne rivela ancora oggi la forza e l’attualità: lo sguardo si allarga al mondo intero, dove si moltiplicano governi autoritari che faticano a dialogare tra loro e si sfalda la memoria anche dei più recenti crimini contro l’umanità.
Siamo in una casa isolata sul mare. Un banale incidente rivoluziona l’equilibrio apparente di tre vite. È notte. Paulina Salas aspetta il marito Gerardo Escobar, brillante avvocato in carriera dal passato sovversivo. Era lui che i militari cercavano, quando la imprigionarono e la torturarono, ma lei non rivelò mai il suo nome. Gerardo deve confessarle di aver accettato di presiedere la commissione di indagine sui crimini della dittatura ma senza poter perseguire i criminali.
Come spiegare la necessità di questo compromesso? È dedizione alla legge o ambizione?
Un chiodo buca la gomma della sua auto e uno sconosciuto gentile, il dottor Roberto Miranda, lo soccorre e lo riporta a casa. Nel nuovo clima di libertà e speranza è naturale invitarlo a bere qualcosa. Paulina crede di riconoscere in lui il medico che la violentò più volte al suono de ‘La morte e la fanciulla’ di Schubert. Si incrina la superficie della realtà, si apre un varco tra passato e presente, tra vivi e morti nel quale si rivelano traumi irrisolti, ombre e segreti nelle relazioni e le sotterranee e impreviste ragioni che possono trasformare in vittime o carnefici, traditi o traditori.
Come risolvere un trauma che impedisce a Paulina di riprendere a vivere? Se lo stato non si muove, è legittimo farsi giustizia da soli? Miranda è un criminale o un pacifico padre di famiglia? O entrambe le cose? Come dovrà agire Gerardo, rigoroso custode della legge, di fronte alla determinazione allucinata di Paulina a trovare la verità? E quale è la verità?
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Ariel Dorfman è nato in Argentina nel 1942. Trasferitosi in Cile, scampò all'arresto durante il regime di Pinochet e riuscì a fuggire rocambolescamente dal paese, come viene raccontato nel documentario “A Promise to the Dead: the Exile Journey of Ariel Dorfman”, premiato nel 2008 al Toronto Film Festival. Attualmente vive in Cile e negli Stati Uniti, dove insegna alla Duke University. “La morte e la fanciulla” ha avuto repliche in tutto il mondo. Roman Polanski, nel 1994, ne ha tratto l'omonimo film con Sigourney Weaver, Ben Kingsley e Stuart Wilson.
APPROFONDIMENTI
Quanto a me, ho desiderato così disperatamente questo processo da anticiparlo in un dramma che ho scritto: la protagonista è una donna, Paulina, che crede di riconoscere il dottore che l’ha violentata e torturata durante una dittatura fin troppo simile a quella in corso in Cile; consapevole che il governo democratico appena eletto del suo paese non processerà quell’uomo, decide di tendere un agguato al suo nemico, di legarlo a una sedia, e diventare giudice e boia. Ho lasciato che Paulina si sfogasse con quel dottore, che gli dicesse le cose che avrei detto io, che tanti di noi in Cile avrebbero urlato dai tetti delle case, se solo non avessimo dovuto reprimerci, se non avessimo temuto che, parlando liberamente, avremmo destabilizzato la nostra transizione, se non fossimo stati sicuri che, qualora avessimo avanzato richieste eccessive, i militari sarebbero tornati e ci avrebbero puniti ancora una volta per aver osato ribellarci.
Eppure mentre la mia immaginazione si scatenava, mentre assaporavo una società capovolta e rivoltata, dove le prede di ieri sono diventate i cacciatori di oggi, mi accorgevo che, perfino in un dramma il cui autore potrebbe in teoria scrivere tutto ciò che vuole, stavo incalzando Paulina verso una conclusione che lei non voleva e neppure io, ma che era lì in serbo per lei e per il popolo cileno. La mia protagonista, dopo aver cercato di introdurre nel mondo una qualche misura di giustizia personale, una volta che tutto è stato detto e fatto, si siede in una sala da concerto; viene così a trovarsi in un’esigua e irreale prossimità con l’uomo che lei ritiene abbia irreparabilmente offeso la sua esistenza: i due condividono lo stesso spazio, la stessa musica, lo stesso paese pacificato, miserabile e bugiardo. In La morte e la fanciulla non avrei saputo immaginare un altro finale, né avrebbe saputo farlo Paulina. La tragedia del mio paese e di tante altre democrazie precarie nel mondo era che non avevamo la capacità di mettere sotto processo gli assassini e gli stupratori. Questo era il patto che avevamo sottoscritto, il consenso che avevamo raggiunto. Pensavamo, e probabilmente avevamo ragione, che la nostra ambigua libertà dipendesse dalla nostra capacità di convivere con l’ombra del dittatore e con qualcosa di più della sua ombra. Convivere con le sue minacce, con il suo oblio dei nostri ricordi, con il suo ordine che le persone come Paulina dovevano essere messe a tacere, ignorate ed escluse, con la sua presenza in veste di senatore a vita in un senato che lui stesso aveva sciolto prendendo il potere nel 1973.
È questa la verità su chi siamo? Il triste dato di fatto che la resistenza non è stata abbastanza forte da deporre Pinochet? Il glorioso dato di fatto che, ciò nondimeno, siamo riusciti a rendere il paese ingovernabile per lui e a negoziare le sue dimissioni? Per non parlare della verità che dobbiamo mandar giù, perché non possiamo negarla: che esiste un’estesa minoranza del paese che adora Pinochet e controlla le forze armate e gran parte del potere economico, che reagirà violentemente se solo lui viene toccato. Nel dramma, questa brutale verità viene proclamata dal marito di Paulina, Gerardo, un avvocato che si occupa di diritti civili e, prendendo le difese del dottore che potrebbe aver violentato sua moglie, la implora di salvargli la vita. Un uomo perbene e imperfetto, che vorrebbe risparmiare ulteriori sofferenze al suo paese.
Ecco che ora, improvvisamente, quella verità è esplosa. D’un tratto quello che non abbiamo potuto fare, quello che abbiamo desiderato e anche temuto, è accaduto: forze straniere hanno portato a compimento quello che Paulina aveva osato solo tentare nella sfera privata della sua casa. È possibile che esploda anche il paese?
(…)
Che cosa troveremo?
Siamo pronti ad ascoltare le nostre tante Paulina? Riusciremo a staccarci dal rapporto di dipendenza che abbiamo stretto con un dittatore che si è comportato come un genitore incestuoso e violento, per tutti questi anni, mettendo sotto chiave i suoi figli e impedendo loro di esprimere le proprie idee? E se cominciamo a parlare per dare libero sfogo a ciò che sentiamo di dover dire, offriremo alle forze che hanno fatto a pezzi il Cile in un passato non così remoto l’occasione di intervenire, di scontrarsi nuovamente cn rinnovata ferocia distruggendo la transizione?
Ogni volta che, in passato, mi sono posto queste domande, Pinochet era sempre lì pronto a dare una risposta: occupava il centro, tossico e oscuro, di ogni cosa e imponeva un limite esterno e vincolante a ciò che potevamo e non potevamo fare.
Ora è stato portato via e siamo soli con noi stessi. Sarà diverso, stavolta?
da L'autunno del Patriarca di Gabriel Garcia Marquez, 1975
Nessuno di noi lo aveva visto mai, il Generale, e benché il suo profilo fosse su ambedue i lati delle monete, sui francobolli della posta, sulle etichette dei depurativi, e benché la sua fotografia incorniciata con la bandiera sul petto e col drago della patria fosse sposta in ogni ora in ogni luogo, noi sapevamo che erano copie di copie di ritratti che venivano già considerati infedeli ai tempi della cometa, quando i nostri stessi genitori sapevano che era lui perché lo avevano sentito raccontare dai loro genitori, così come quelli dai loro, e fin da bambini ci abituarono a credere che lui fosse vivo nella casa del potere perché qualcuno aveva visto accendersi i lampioncini in una notte di festa, qualcuno aveva raccontato che ho visto gli occhi tristi, le labbra pallide, la mano pensosa che andava accennando commiati da nessuno, perché una domenica di molti anni prima si erano portati via il cieco girovago che per cinque centavos recitava i versi del dimenticato poeta Rubèn Dario ed era tornato felice con un'oncia d'oro con la quale gli avevano pagato un recital che aveva fatto solo per lui.
Il guaio di questo paese è che alla gente avanza troppo tempo per pensare, e cercando il modo di tenerla occupata lui restaurò i giochi floreali di marzo, e i concorsi annuali di regine di bellezza, costruì lo stadio di calcio più grande del mondo e impartì alla nostra squadra l'ordine di vittoria o morte, e ordinò di istituire in ogni provincia una scuola gratuita per insegnare a scopare le cui alunne fanatizzate dallo stimolo presidenziale continuarono a scopare le vie dopo aver scopato le case e poi le carrozzabili e i viottoli vicini, di modo che i mucchi di spazzatura erano portati e riportati da una provincia all'altra senza sapere che cosa farne in processioni ufficiali con bandiere della patria e con grandi cartelli con 'Dio conservi il purissimo' che veglia sulla pulizia della nazione, mentre lui strascicava le sue lente zampe di bestia meditativa in cerca di nuove formule per intrattenere la popolazione civile, facendosi strada tra i lebbrosi e i ciechi e i paralitici che supplicavano dalle sue mani il sale della salute, battezzando col suo nome nella fontana del cortile i figli dei suoi figliocci.
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