LO SCHIAVO DEL DEMONIO

di Antonio Mira de Amescua

adattamento e regia di Raul Ruiz

con Chiara Arcelli, Elena Bucci, Silvio Castiglioni, Marco Cavicchioli, Francesca Mazza, Gino Paccagnella, Andrea Renzi, Paolo Ricchi

Festival di Santarcangelo 1988

Per il Festival di Santarcangelo 1988, Ruiz ha pensato ad allestire l’opera di un autore spagnolo del ’600, “el siglo de oro”, Antonio Mira de Amescua. Un contemporaneo di Lope de Vega, ma reputato un minore e, comunque, un frutto pieno e, ad addentarlo, un poco allappante del gran Barocco ispanico. Ruiz ha adattato il testo e lo ha reintitolato “Lo schiavo del demonio o l’origine sportiva dello Stato”: nella polpa drammaturgica di Amescua, c’è una aggrovigliata vicenda dove le due figlie, una ribelle e l’altra fedele, di un austero nobiluomo, sono la causa della rovina di un giovane hidalgo e della dannazione di un prete, che per amorosa, sciagurata passione si fa, appunto, “schiavo del demonio”.
Il dialogo della commedia, tradotto in forme auliche ed arcaiche, e interpolato dai versi di Quevedo, assume spesso e volentieri l’aspetto di una contesa teologico-morale, dove si riflettono le tesi dei Tomisti, sostenitori del determinismo di Dio sulle azioni umane, e quelle contrarie dei Molinisti, che affermano l’esistenza del libero arbitrio da parte dell’uomo, cioè l’autonoma possibilità di scegliere il bene oppure il male. Ad addentrarsi nella disputa cattolico-dottrinaria le cose, in effetti, sembrerebbero assai più complicate e tortuose. Ciò che conta, in ogni caso, è l’uso teatrale che Ruiz fa di questa materia testuale, invero poco digeribile per uno spettatore moderno. Con un colpo di genio, egli assimila lo scontro teologico ad un incontro sportivo, trasformando la rettangolare corte dello Sferisterio di Santarcangelo, delimitata da cento fiammelle ai piedi di un alto muraglione, in un campo da football e, poi, da tennis o da rugby, conferendo allo spettacolo un ritmo ora accelerato, ora cadenzato dalle performances ginnico-atletiche degli attori, affiancati da una muta di ragazzini in tenuta stile “giochi della gioventù”, che piantano piccole croci a segnare e a segmentare il campo d’azione. I protagonisti indossano costumi d’epoca bianchi e neri, e saltano, lanciano giavellotti e palloni ovali, fanno capriole e ginnastica da camera, si cimentano nel tiro alla fune, corrono come mezzofondisti, riuscendo a geometrizzare il movimento di atti e di parole che fluisce dal testo rigoglioso e disordinato. 
Così, come suggeriscono di frequente risvolti ironici e satirici, mentre si susseguono infiammate predicazioni, rapimenti, agguati, autoflagellazioni, fughe, ritorni, ammazzamenti, visite del demonio, e ripetute scariche di fucile con gran fiammate e fumi da baraccone. Senza deporre la sua vena tardo-surrealista e metamorfica, Ruiz gioca con una scrittura di corpi, ombre e spazi di risolutiva e affascinante stilizzazione. Togliendo, egli in realtà ha aggiunto e, dunque, raggiunto lo scopo di farci scoprire il cuore malato e sontuoso, ebbro di sé del Barocco. Ci fa, inoltre, comprendere che nella dialettica delle apparenze del Barocco la vita non soltanto è sogno, ma anche una partita.