VIAGGIO NEL SILENZIO

di Elena Bucci

Quando ho accettato con gioia di partecipare alla creazione de La bambina inglese, non avevo idea di quanto lontano mi avrebbe portato questo viaggio. 
La storia ha su di me un potente effetto che, unito a quello del teatro, mi dà l'illusione di poter attraversare tempo e spazio per essere lì dove sono stati antenati e antenate in mondi diversi e simili. Vivo attraverso lo studio molte vite e a esse mi appassiono. Da bambina, chiudevo gli occhi e pregavo Dio che mi facesse tornare, per qualche secondo almeno, nel mondo egizio, tra gli assiri, tra i romantici o gli illuministi. Non è accaduto, e ho scoperto libri, biblioteche, musei, come questo dove siamo e del quale ascoltiamo le voci. 
Avevo già incontrato la vicenda dell'amore esploso tra la giovane contessa Teresa Guiccioli e Lord Byron e che legò il poeta a Ravenna:

ho vissuto in alcune zone del paese dove mai degli inglesi avevano vissuto prima. Parlo della Romagna e in particolare di questo posto […] ho vissuto in casa loro, nell'intimità delle loro famiglie, a volte come amico di casa e a volte come amico del cuore della dama e in nessun caso mi sento autorizzato a scriverci sopra un libro. La loro morale non è la nostra, la loro vita non è la nostra: lei non la capirebbe mai; non è inglese, né francese, né tedesca, queste le capirebbe. L'educazione in convento, il cavalier servente, i modi di pensare e di vivere sono così radicalmente diversi e più intimamente si vive con loro più sorprendente diventa la diversità che io non saprei proprio come farle capire un popolo che è insieme sobrio e scialacquatore, serio nell'indole ma buffone quando si diverte, capace di impressioni e passioni improvvise e insieme durevoli (cosa che non si trova in nessun altro paese)

Ero entrata nelle ombre e nelle contraddizioni di quel tempo dai cambiamenti veloci, in quel mondo passato in meno di vent'anni dalla Rivoluzione Francese a Napoleone e poi alla Restaurazione di re e regine che si riprendevano i loro troni con le armi in pugno. Avevo ritrovato il brivido delle lotte Carbonare e di un movimento rivoluzionario che in nome della libertà arrivava fino in Grecia, dove Byron, forse stanco di un amore troppo felice che lo teneva «alla catena» e lo rendeva «sonnambulo», andò a morire per i suoi ideali. Avevo con sorpresa riscontrato il coraggio, la bizzarria, l'intraprendenza di Teresa, che di certo non era la sola giovane signora che viveva la vita e l'amore con tanta potenza da mandare all'aria un matrimonio combinato che le avrebbe permesso ogni libertà. Ho ritrovato tutto questo ma anche due occhi azzurri pieni di mistero, forse di ricordi del luogo dal quale tutti veniamo, e che non hanno fatto in tempo a esprimere un'anima, se non attraverso un affastellarsi di domande, un ricco dono comunque. 
Allegra, la bambina inglese, con i suoi soli cinque anni di vita, mi porta altrove, lontano dalle sale dei ricevimenti, dall'intreccio di relazioni, ambizioni, lotte, amori degli adulti. Con lei ho attraversato le luci e le ombre dell'infanzia, dove ogni evento è amplificato, fa ridere, piangere, arrabbiare all'estremo e, allo stesso tempo, dove i piccoli diventano forti per obbedire al loro strenuo imperativo a vivere, nonostante tutto, a superare i traumi, le separazioni, i dolori, per proiettarsi nel futuro. 
Non è un mondo per bambini questo, non sono al centro della vita degli adulti: anche quando sono amati, li seguono, strapazzati in viaggi faticosi, preda di febbri e infezioni. Basta un niente e se ne vanno, pallide ombre, diventano piccole croci nei cimiteri. Così accadde ai tre figli del grande poeta Shelley, che è lo zio di Allegra, in quanto sposo di Mary Shelley, sorellastra della madre Claire Clairmont. 
Le due sorelle, molto legate, vengono da una famiglia di filosofi e pensatori, William Godwin, anarchico e libertario e Mary Wollstonecraft, autrice di un libro sui diritti delle donne. Claire, forse figlia illegittima di un nobile inglese, vi arriva a tre anni e ne resta affascinata dalle idee di libertà. Quando Shelley incontra Mary e minaccia di uccidersi con pistola e veleno se lei non lo accetta, Claire fugge con loro in Francia. Leggono i poeti, viaggiano a dorso di mulo, trasformano la vita in un romanzo; intanto Harriet, moglie di Shelley, rimane a Londra con i due figli, si suiciderà nella Serpentine, ad Hyde Park. 
Ma poi: sul lago di Ginevra, nell'anno senza estate, il 1816, si ritrovano tutti: Byron, Claire, perdutamente innamorata di lui, Shelley e Mary. Quando, davanti al fuoco, Byron lancia la sfida di creare una storia di terrore, Mary inventa Frankenstein, il vivo nato dai morti, ed entra nella storia. Claire concepisce Allegra e resta una sconosciuta, se non fosse per un epistolario che consiglio di leggere, dove si esplora la vita di una donna libera e bizzarra che deve cavarsela con le sue forze.
Allegra nasce sana, bella, intelligente, testarda e capricciosa come molti bimbi. É molto somigliante a Byron, stessi colori, stessa difficoltà a pronunciare la "r", stessa fossetta in mezzo al mento. Pare fortunata. È nata illegittima, ma il padre, Lord, Pari d'Inghilterra e ricco, la riconosce e sembra volerle garantire un futuro agiato, prima come monaca, ma forse scherza con l'adorata, anche troppo, sorella Augusta, poi come sposa di qualche italiano, che le saprà perdonare le origini e la dote non troppo ricca.
Questa la storia, ma l'immaginazione prende un'altra strada. Accompagnata dalla musica e dalla profondità delle intuizioni, delle visioni e del sentire di Paolo Baioni, coadiuvato da uno straordinario gruppo di musicisti, mi sono addentrata nei sentimenti contraddittori, nelle inquietudini, nelle ambiguità che legano gli adulti ai loro bambini. Allegra, prima da tutti contesa e desiderata, forse amata, con due «mammine», quella naturale e quella acquisita, proprio Teresa Guiccioli che figli non potrà averne mai, passa poi di mano in mano e viene abbandonata alla compagnia delle balie, degli animali che il padre si porta ovunque - un corvo zoppo, una cicogna egiziana, pavoni, scimmie freddolose, un tasso alla catena -, in case estranee di rigidi consoli, signori Italiani, tra le braccia delle amanti veneziane del padre e infine nel convento di San Giovanni, a Bagnacavallo, con la sola compagnia delle suore.
Il convento è per tre lati circondato da una palude dove a volte vortica aria infetta. Da qui è tutto un mistero, a partire dalla morte, che sempre stupisce, e diventa ancora più misteriosa e crudele se è quella di una bimba. Allegra ha appena imparato a scrivere, parla una lingua tutta sua, inglese, italiana, veneziana, romagnola, forse anche francese. Fa in tempo a chiedere a Shelley, che a lei è profondamente affezionato, ma non al punto da rapirla dal convento, una visita di «Pappa e di mammina», insieme, e che le si porti una veste d'oro e di seta.
Da questo viaggio imparo che le emozioni e i sentimenti che restano a volte sono quelli che non si dicono, ma risuonano. Attraverso il silenzio di Allegra percepisco le ragioni di coloro che le girano intorno, cerco di interpretarli e sospendo il giudizio. Penso a tutte le creature della storia che ora sono mute, che attendono di essere ascoltate: gli infanti, ma anche chi non ha avuto potere e voce, chi è stato soffocato, chi fu dimenticato. Sarei contenta se in qualche modo, con questo viaggio, avessimo contribuito, senza prepotenza, a scalfire quel silenzio.

Le musiche
Le musiche per "la bambina inglese", sono state pensate per dare voce a una "presenza" partecipante, a tratti estranea ma intrecciantesi con la vicenda narrata ed espressa dall'azione teatrale. Non quindi musiche di scena né tanto meno musiche di accompagnamento, ma appunto musiche che vogliono essere voce parlante-recitante-dialogante-ecc. con la recitazione (sottolineo questo "con la recitazione" e non "con il testo", peraltro ottimo per questo lavoro). 
Le musiche quindi emergono a volte dalla presenza visibile degli esecutori a volte dalla presenza invisibile, facendosi voce dei luoghi, echi della memoria, riverberi della coscienza. Nascono da una concezione poetica che vede la musica come una sorta di ente reattivo e capace di far reagire il luogo, il tempo, l'azione. Un'interfaccia, una soglia attraverso la quale si possa partecipare ed essere partecipati (lo dico per il pubblico) dall'interlocuzione drammatica.

[pubblicato nel programma di sala de "La bambina inglese", Ravenna Festival, giugno 2026]