Campania Teatro Festival: Risate di gioia

Campania Teatro Festival 2021
24 e 25 giugno, Cortile della Reggia di Capodimonte, Napoli

Risate di gioia
Storie di gente di teatro

uno spettacolo e prime riprese per un documentario

ispirato ai libri “Il teatro all’antica italiana” di Sergio Tofano detto Sto, “Antologia del grande attore” di Vito Pandolfi, “L’avventurosa storia del cinema italiano” a cura di Franca Faldini e Goffredo Fofi e ad autobiografie, biografie, epistolari di gente di teatro

da un’idea di Elena Bucci
progetto, elaborazione drammaturgica e interpretazione Elena Bucci e Marco Sgrosso
disegno luci Loredana Oddone
drammaturgia e cura del suono Raffaele Bassetti
riprese video e montaggio Stefano Bisulli
scene e costumi Nomadea con la consulenza di Ursula Patzak
assistente all’allestimento Nicoletta Fabbri

Centro Teatrale Bresciano - Le Belle Bandiere
in collaborazione con Fondazione Campania dei Festival / Campania Teatro Festival
si ringrazia il Teatro Comunale di Russi



Le domande
Un giovane attore pesta i piedi e con rabbia chiede: perché non posso vedere gli spettacoli belli del passato? A questa domanda noi ne aggiungiamo altre: perché non possiamo essere presenti alle prove di Eleonora Duse? Quali erano fascino e miserie degli attori ottocenteschi, i gesti e la voce degli attori dell’antica Grecia? Come recitavano gli illustri istrioni della Commedia dell’Arte che capovolgevano il mondo? Potremmo vedere per un attimo, solo per un attimo, Goldoni che osserva i suoi attori, Molière che scrive, Cechov seduto in fondo alla platea Teatro d’Arte di Mosca, una sala affollata al lume di candela?
Anche noi pestiamo i piedi, come gli innamorati abbandonati, come gli archeologi perduti tra le rovine, come la gente di teatro privata del teatro.
Così il nostro desiderio diventa progetto, spettacolo, documentario, scrittura: una visione molto personale, anche se supportata dai radi documenti, che speriamo possa parlare a tutti.
In queste domande, accorate, appassionate, illogiche, è racchiuso il senso di questo lavoro, che si incastona in una sequenza di altri nostri spettacoli che già hanno indagato l’arte del teatro dal punto di vista di chi lo pratica, a partire da La pazzia di Isabella – vita e morte dei Comici Gelosi, passando per Non sentire il male – dedicato a Eleonora Duse, per arrivare a Bimba – inseguendo Laura Betti e poi a All’antica italiana, ispirato dai testi “Il teatro all’antica italiana” di Sergio Tofano, “Antologia del grande attore” di Vito Pandolfi e dalle tante biografie, autobiografie e lettere di artiste e artisti di teatro. Anche da questi materiali trae ispirazione “Risate di gioia”.

Lo spettacolo e il progetto
Lo spettacolo, al quale si affiancheranno durante le prove anche le riprese per un breve documentario, fa parte di un disegno più ampio che comprende anche i progetti Archivio vivo e All’antica italiana, entrambi rivolti allo studio, alla documentazione e al racconto della storia delle arti a partire dalle testimonianze degli stessi artisti.
Da diversi anni stiamo riordinando l’archivio cartaceo, fotografico e audio video della compagnia.
Il denso materiale ha acuito il desiderio di raccontare una storia ricca di progetti e spettacoli, ma anche di incontri, a partire da quello, fondamentale, con il nostro maestro, Leo de Berardinis.
È un racconto che pare a tratti inventato per le sue imprevedibili bellezze e asperità, proprio come quelli che stiamo registrando dalla voce di molti compagni di lavoro: parla di spazi ritrovati, collaborazioni magiche, ascolto e trasformazione dei luoghi, fino ad arrivare alla vivida stranezza del presente, che ci rende testimoni di un cambiamento che siamo chiamati a documentare. Abbiamo iniziato un percorso di montaggio di vecchi materiali audio video, di riprese di luoghi, di interviste ad artisti del teatro, ma anche di riprese relative ad altre arti e mestieri in cerca delle condizioni per continuare ad esistere con grazia. Questo lavoro ha dato origine ad un sito, a un archivio in parte visibile al pubblico e a una serie di brevi documentari, ai quali si aggiungerà quello realizzato a partire dalle prove di questo spettacolo.
Abbiamo oggi Università, studiosi competenti e sensibili, critici attenti e appassionati che si occupano del teatro da un punto di vista storico e teorico e ci regalano interpretazioni illuminanti del percorso di alcuni artisti. Abbiamo interviste di attori famosi e spesso di valore, quasi sempre però legati al cinema e alla televisione e per questo al centro dell’attenzione dei media.
Al tempo stesso registriamo un’attenzione molto minore di radio, televisioni e giornali per gli artisti che si occupano esclusivamente di teatro, danza, musica, senza curarsi di rimbalzare su media e social. Siamo felici che esistano saggi, studi, echi mediatici, ma ci manca la voce di molti attori, famosi e meno famosi. Ci mancano le impressioni degli scrittori e degli altri artisti sugli spettacoli, i loro scritti, le lettere, un patrimonio di informazioni abituale fino al secolo scorso; ci manca anche quell’editoria dell’aneddotica anche a tratti agiografica e fuori dalle righe, ma che una volta lasciata decantare, può raccontare di sfumature della vita che a volte sfuggono a studi più rigorosi e diventare fonte di ispirazione per chi pratica il teatro.
È affascinante ipotizzare che - essendo l’arte del teatro qualcosa che passa da persona a persona attraverso l’imitazione, l’emulazione, l’osservazione, l’insegnamento, la direzione, l’auspicabile furto da parte dei giovani della maestria dei vecchi - gli attori possano trasmettere al futuro un gesto dei nostri avi in coturni o la maestria di qualche capocomica senza nome. Le attrici e gli attori, attraverso la ricerca della loro nota unica e originale, sono anche un grande libro nel quale è segnata quella parte di storia del teatro che non può essere scritta. È sfilacciata e sfuggente, ma i suoi riflessi, la sua miscela di bugie, verità, desiderio, sono talmente affascinanti da indurci a cercare, a indagare, a tentare, attraverso il teatro, di far parlare chi non c’è più.

Immagini, visioni, scene
Una delle immagini che ci guida è quella della scena finale di “Risate di gioia” di Mario Monicelli, film meraviglioso anche se non troppo fortunato al botteghino, che ci tramanda, per la prima e unica volta insieme, i volti libro di Anna Magnani e Totò.
Rivisto oggi, il film è una perla rara di strampalata poesia, grazie alle faville ineguagliabili di una coppia di mostri sacri, straordinariamente affiatati.
Anna e Totò sono Gioia Fabbricotta detta Tortorella e Umberto Pennazzuto detto Infortunio, due ‘comparsoni’, artisti generici senza fortuna ma addobbati con lustrini, frack e pagliette, luminescenti quasi come gli artisti del circo, che continuano a sognare la gloria e che si ritrovano fuori da Regina Coeli il giorno di ferragosto. Totò Infortunio aspetta Anna Tortorella, che esce di prigione in piena estate con lo stesso vestito a lustrini e la stessa pelliccetta bianca tarlata che indossava la malaugurata notte di Capodanno, quando c’è entrata accusata di un furto che non ha commesso. Continuano, dopo le sconfitte e pur nel loro evidente fallimento, a sognare d’arte, ridendo, giocando, prendendo a calci la vita che li umilia, artisti scalognati perché costretti da sempre ad arrampicarsi, ma anche perché somigliano ai soavi e ilari compagni di Cotrone ne I giganti della montagna di Luigi Pirandello.
Monicelli, in una toccante intervista, racconta di un film che tutti pensavano dovesse soltanto fare ridere e che invece trabocca di umanità, malinconia, empatia verso il destino degli sfortunati, di tenerezza per le ambizioni spesso infrante degli attori, per l’ingenuità dei sognatori, di rimpianto per le città che non saranno mai più tanto belle, per il cinema italiano che stava trovando un modo scanzonato e vero di raccontare la vita e i sogni di ogni giorno, ma che sarebbe stato presto investito dai pregi e dagli orrori del boom economico. Traspare dalle sue parole una totale e solidale ammirazione per i volti e i corpi di attori che, pure se ormai famosi e celebrati nel cinema, venivano dal duro lavoro del varietà e dal teatro e portavano con sé sia il profumo di un mondo che svanisce, che la risata di chi, trasformando la propria arte secondo i tempi, la fa sopravvivere.
La maschera di Anna Magnani porta i segni della tragedia greca e della geniale capocomica di strada, quella di Totò ricorda i comici dell’arte ed evoca un surreale, sconcertante e sghembo fool. Sanno interpretare qualsiasi cosa gli si chieda, rendendola sorprendente e nuova e allo stesso tempo antica. ‘Sono gli attori’, come dice con un sospiro Monicelli, ‘sono quelli che capiscono e lo sanno fa’.
Andiamo in cerca proprio di queste stregonesche qualità che rinnovano in ogni epoca la relazione del teatro con la società e con il pubblico. Nella grande emergenza che stiamo vivendo, il teatro vuole ritrovare la sua funzione di cura, ristoro, termometro dei desideri e delle paure delle comunità, strumento di nutrimento e rinascita. Per questo andiamo in cerca delle sue radici più antiche, così evidenti prima che la tracotanza del consumismo ci inducesse a pensare che si dovessero abbandonare la cura paziente, la continua ricerca della qualità, il rispetto per gli altri e per la ricchezza che ci circonda, la cultura, l’ascolto, la tensione alla verità.
I testi, le biografie, le lettere, i documenti ci trasportano nel teatro di ieri, così vicino eppure già lontanissimo. Il teatro è un cuore pulsante della società e assai vitale è lo spirito di quella comunità nomade e girovaga, cialtrona e appassionata, poetica, comica, tragica formata dai teatranti di quell’epoca grandiosa, solo apparentemente ormai finita. L’arte degli attori, scivolata nel divertente e straziante varietà e poi approdata al grande cinema italiano esploso nel dopoguerra, non ha mai abbandonato la culla del teatro. Gli artisti del passato ci conducono per mano tra camerini, palcoscenici, alberghi e trattorie, ci fanno incontrare primi attori, mattatori, primedonne, servette, generici, portaceste, suggeritori, albergatrici. Entriamo, ridendo e sospirando di una sottile nostalgia che è già creazione futura, in un mondo dove il legame tra il pubblico e la gente di teatro è forte, dove sono illuminate le sue più antiche radici.
E nonostante la corsa veloce del nostro tempo, nonostante il mormorio e i silenzi siano spesso sovrastati dalle urla, basta guardare sotto la superficie delle cose per ritrovare intatta, come allora, la potenza del teatro, che trasforma e rivela. Basta soltanto creare le condizioni per lasciarla vivere e respirare, perché anche chi non la conosce la possa incontrare. Diamo suono e immagini a un patrimonio della tradizione del teatro che dimostra intatta la sua sovversiva vitalità.
Questo lavoro può essere allestito sia in un luogo abbandonato che in un teatro reso fatiscente da pochi segni. Il pubblico potrebbe pensare di avere sbagliato indirizzo, di essere caduto in una bolla spazio temporale fuori dal presente. Dentro sembra sia stato allestito un set, uno studio di registrazione, un camerino, una scenografia cominciata e non finita. È come se il teatro fosse stato chiuso all’improvviso per un terremoto, lasciando intatta la fotografia dell’ultimo attimo.
Siamo in un teatro addormentato che assomiglia a quello, chiuso da decenni, nel quale siamo entrati molti anni fa restando incantati. Non abbiamo avuto pace finché, a forza di spettacoli, progetti ed entusiasmo, abbiamo creato un movimento di artisti, studiosi, istituzioni, politici di ogni credo, parrocchia, associazioni che lo ha restituito al pubblico.
Come canta Paolo Conte, siamo in ‘un teatro in mezzo al grano come una bevanda sotto il sole’,  e tra quinte impolverate e sipari cadenti, tra fari spenti e nidi di uccelli, rilucono coloro che furono, i suggeritori, i trovarobe, gli attori, i guitti, i capocomici, le primedonne, le cantatrici, i brillanti, i portaceste, le balie. Due attori fanno di questo teatro abbandonato la loro casa.
È la notte di Capodanno. Danno voce ai fantasmi, leggono testi, poesie, romanzi, scrivono testi nuovi, cantano duetti, fanno proclami, si regalano a vicenda i loro cavalli di battaglia, raccontano storie. Vorrebbero fondare una radio per trasmettere giorno e notte tutto il patrimonio letterario teatrale e poetico dell’umanità, come due inediti sacerdoti buffoni che trovano così il loro modo di pregare e di curare. Litigano e rifanno la pace, brontolano, brindano e si commuovono, si entusiasmano, temono di essere scoperti e scacciati.
Sono appassionati, vili, eroici, cialtroni. Cosa succede fuori?
Sono tutti sintonizzati sui nuovi dei? C’è qualcuno che li ascolta?
Tra le ombre, il Principe de Curtis quasi cieco e in frac, Anna Magnani bionda platino e con la sua pelliccetta tarlata, uno con la sua danza, l’altra con la risata, sorvegliano affinché non si dicano troppe sciocchezze. Totò placa il pubblico che rumoreggia: ‘Signori, signori! Noi siamo degli artisti, sa?!’ E Nannarella, come nel finale del film Roma di Fellini sussurra chiudendo la porta: ‘A Federì… nun me fido!’

Dal presente
Stavamo per inviare questo progetto quando è arrivata la notizia della seconda chiusura dei teatri e dei cinema. Non abbiamo parole da aggiungere a quelle già dette da molti, ma si moltiplica l’energia con la quale vogliamo continuare a conoscere e a fare conoscere un’arte che, con la sua forza catartica e la sua potenza di trasformazione, accompagna da lungo tempo il cammino dell’umanità mentre i suoi protagonisti sono presto dimenticati, legati come sono allo svanire della propria maestria nell’attimo stesso in cui si esprime. 
 
 
 
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